L'ALMANACCO DEL MESE
Marzo

Il mese

I calendari primitivi cominciano l’anno tutti, o quasi, con l’equinozio di primavera. In epoca antichissima, il calendario romano non faceva eccezione, e marzo era il primo mese dell’anno.
E in quanto primo, era dedicato a Marte, nume tutelare della guerra, per il quale avevano una particolare venerazione tutti i popoli latini, e specialmente i Latini di Roma, che facevano discendere il fondatore della loro città, Romolo, dai sacri lombi del dio.
Con la prima riforma calendariale del 153 a. C., però, furono aggiunti i mesi di gennaio e febbraio, e marzo finì collocato in terza posizione. Così come le solenni feste di questo mese, le quinquatrie, che si celebravano appunto in corrispondenza dell’equinozio, nate in onore di Marte, passarono a essere consacrate a Minerva: sic transit gloria mundi!



L’antro della Sibilla: rubrica di mantica varia

Mese eccellente per amore e sesso per tutti i segni d’aria (Gemelli, Bilancia, Acquario) e per il Cancro, che pure beneficia degli aspetti favorevoli di Marte e Venere.
Per gli altri due segni d’acqua, Scorpione e Pesci, va bene invece il campo lavorativo, che è pieno di promesse future anche per i terragni Toro e Capricorno. L’altro segno di terra, la Vergine, ha invece un mese difficile sul piano dell’umore e dei rapporti umani. Malumori e contrasti anche per Leone e Sagittario, ai quali non mancheranno, purtroppo neanche problemi nel settore professionale.
Vita sociale intensissima per i nati dell’Ariete, che godrà anche una felice vita amorosa.






La Santa del mese - 7 Marzo, Perpetua e Felicita

Sono due le sante che scegliamo di ricordare per questo mese, Perpetua e Felicita, vissute, morte e santificate insieme.
Atabitanti di Thuburbo minus (Cartagine), piccolo centro dell’Africa romana, erano rispettivamente padrona e schiava, l’una puerpera, l’altra incinta, quando perirono, sotto la persecuzione di Settimio Severo, nel 203 d. C., ancora catecume.
Il loro martirio è narrato, con molta efficacia, da Tertulliano. Ma esiste anche una Passio Perpetuae et Felicitatis che costituisce un documento di eccezionale valore, perché steso, di nascosto, in prigione dalla stessa Perpetua:
"Fummo messi in prigione, - narra la donna di Cartagine, - e ne rimasi sbigottita, perché non mi ero trovata mai fra tenebre così folte. La sera stessa feci una lunga preghiera e una visione mi apparve. Vedevo una scala d'oro che dalla terra poggiava in cielo, ma così stretta che una sola persona poteva montare. Ai piedi della scala stava accovacciato un enorme serpente. Vedevo in cima Saturo [altro cristiano, compagno di prigionia], e m'invitava a salire: "Vieni - mi diceva - ma bada che il serpente non ti morda". Non mi morderà, perché in me è Gesù Cristo. A questo nome il serpente si allungò e si scosse sbarrando la scala, ma gli posi il piede sul dorso e salii liberamente".
Perpetua racconta diversi episodi del martirio comune a lei e ad altri catecumeni cristiani: Secondulo muore di stenti; Felicita, che potrebbe essere risparmiata in virtù del suo stato interessante, prega invece di partorire al più presto per offrire la sua vita in sacrificio. La sua preghiera viene esaudita: il bimbo nasce due giorni prima della data fissata per i giochi circensi che vedrà i cristiani vittime della spietata macchina del divertimento romano. Durante il travaglio, una guardia la schernisce:
"Come ti lamenterai, allora, quando ti sbraneranno le belve?".
"Quello che patirò allora – risponde Felicita - non lo patirò io, ma lo soffrirà Gesù per me".
Perpetua, invece, prega di potersi salvare, per tornare in seno alla sua famiglia, dove l’attendono l’affezionatissimo padre e un bambino di pochi mesi. Le sue invocazioni rimangono, al contrario, inascoltate.
E Perpetua, insieme con Felicita, viene sospesa a una rete posta nell’arena del circo: i loro corpi vengono straziati da una giovenca infuriata, e poi finiti a fil di spada, davanti a un pubblico plaudente.
Ecco come un testimone descrive i loro ultimi momenti insieme con gli altri martiri:
"Dal carcere si recarono all'anfiteatro, come se andassero in cielo, raggianti in volto, dignitosi, trepidanti più per la gioia che per la paura.
Perpetua per prima fu scagliata in alto dalla vacca e ricadde sul fianco. Così si alzò e avendo visto Felicita gettata a terra, le si accostò, le porse la mano e la rialzò. E ambedue stettero in piedi insieme. Vinta la durezza della folla, furono richiamate alla porta Sanavivaria. Ivi Perpetua, accolta da un catecumeno di nome Rustico che le stava accanto, e come destata dal sonno (talmente era fuori dei sensi e rapita in estasi), cominciò a guardarsi attorno e disse tra loro stupore di tutti: "Quando saremo esposte là a quella vacca?”. E avendo sentito che ciò era già avvenuto, non volle crederci prima di aver notato i segni di maltrattamento sul suo corpo e sul vestito. Quindi, fatto chiamare suo fratello e quel catecumeno, li esortò dicendo: “Siate saldi nella fede, amatevi tutti a vicenda e non prendete occasione di scandalo dalle nostre sofferenze”...
E siccome il popolo reclamava che fossero portati in vista del pubblico al centro dell'anfiteatro, per poter fissare sulle loro membra i suoi occhi, complici dell'assassinio, mentre la spada penetrava nel loro corpo, essi si alzarono spontaneamente e si recarono là dove il popolo voleva, dopo essersi prima baciati per terminare il martirio con questo solenne rito di pace.
Tutti gli altri ricevettero il colpo di spada immobili e in silenzio: tanto più Sàturo, che nella visione di Perpetua era salito per primo, per primo rese lo spirito. Egli infatti era in attesa di Perpetua. Essa poi per gustare un po’ di dolore, trafitta nelle ossa, gettò un grido, e lei stessa guidò alla sua gola la mano incerta del gladiatore, ancora novellino. Forse una donna di tale grandezza, che era temuta dallo spirito immondo, non avrebbe potuto morire diversamente, se non l'avesse voluto lei stessa". (Dalla Narrazione del martirio dei santi martiri cartaginesi, capp. 18. 20-21, ed. van Beek, Nimega, 1936, pp. 46-52).
Per il loro stato di gestazione e puerperio durante il martirio, Perpetua e Felicita sono considerate protettrici della gravidanza, del parto e della maternità; ma per l’amore e il conforto che le due donne si scambiarono durante la prigionia e il martirio, sono anche celebrate nelle unioni lesbiche.



La treccia nel piatto - a cura di Cecilia Mattera
Marzo: La pera, emblema della fecondità


I frutti del pero selvatico erano ben noti agli uomini preistorici, che se ne cibavano comunemente. La coltivazione di questa pianta, (Pirus communis), originaria probabilmente delle regioni caucasiche, risale ad epoche remote.
Il pero era consacrato in età arcaica alla luna e successivamente alla dea Era, la cui statua nell’Heràion di Micene era scolpita nel legno di questo albero. Ma lo si considerava anche sacro ad Atena, quale dea della Morte ,che nel suo santuario di Atene era detta Onca, nome preellenico del pero. Per la forma del frutto, che rammenta vagamente quella del ventre femminile, veniva associato ad Afrodite e considerato un simbolo erotico.
Giambattista Marino,per descrivere Priapo, il dio osceno degli orti, scrive :
Ufficio d’occhi e di palpebre fanno
Due nespole acerbette
Fra cui di naso in vece
Grossa e piramidal pera discende.


Credenze legate a questo albero “lunare”

Le “fanciulle” in cerca dell’anima gemella possono tentare con un pizzico di magia: basta camminare all’indietro verso un albero di pero e compiere tre giri intorno alla pianta cantilenando:
Pero, pero, dimmi il vero,
non mi dire una bugia,
bada bene che ci sia
il mio amore per la via.

Il risultato (cioè l’arrivo del Principe Azzurro) è assicurato.
Fino a non molto tempo fa nel cantone svizzero di Argovia si piantava un melo alla nascita di un maschio ed un pero alla nascita di una femmina: il bimbo o la bimba, si diceva, cresceva o deperiva con il suo albero.
In Occidente il pero è associato anche ad immagini sinistre, forse a causa del suo legno, che marcisce facilmente e si spezza, o per i vermi che ne amano il frutto: il Cacciatore gobbo , narra una leggenda , giocava ai passanti macabri scherzi dall’alto di un pero, al quale poi s’impiccò.
In Cina, dove il bianco è un colore funereo, il suo candido fiore è simbolo di lutto.

Curiosità

Nel Settecento le pere divennero anche dolci “da passeggio”. Per le vie un venditore ambulante, il peracottaro (il protogelataio!), le vendeva cotte, ricoperte di caramello ed infilzate su un bastoncino, per poterle mangiucchiare per strada.

Proverbi dedicati alle pere

La predilezione (vera o solo presunta!) dell’orso per questi frutti fa dire ai toscani che:
Chi divide le pere con l’orso n’ha sempre men che parte e:
Sarà quest’anno di molte pere, diceva l’orso, perché n’harebbe volute(risposta alle rosee ma utopistiche previsioni dei politici in occasione delle elezioni).
E ancora:
sei innamorato perso? sei caduto come una pera matura
vuoi continuare a trovare le pere in vendita? al contadino non far sapere quanto è buono il cacio con le pere!

Ed ora….addolciamoci la bocca!

Torta di pere al “Pér ‘e Palumm”

Ingredienti per 6 pp.:
un rotolo di pasta sfoglia surgelata, 4 pere Williams, ½ litro di “Pér ‘e Palumm”, 150 gr. di zucchero, una stecca di cannella, una scorzetta di limone ed una di arancia, 100 gr. di gherigli di noce, zucchero al velo Q.B

Per la crema: 3 dl. di latte,3 tuorli, 75 gr. di farina, 75 gr. di zucchero, una scorzetta di limone, due o tre foglie di verbena (o erba limoncina).

Procedimento:
Sbucciare le pere, metterle in una casseruola con il vino, lo zucchero, la cannella, le scorzette di agrumi, cuocere a tegame coperto per 10 min. a fuoco basso. Lasciar raffreddare le pere nel vino.
Preparare la crema: sbattere i tuorli con lo zucchero fino a farli diventare spumosi, incorporare la farina, aggiungere il latte a filo, le foglie di verbena e far cuocere a fuoco basso mescolando continuamente con una forchetta (piccolo segreto: infilzare sui rebbi la scorzetta di limone) e far addensare. Far raffreddare la crema.
Stendere la sfoglia in uno stampo, riempirlo di fagioli secchi e far cuocere a 250° per 15 min. Eliminare i fagioli e far cuocere ancora per 10 min. Sformare il guscio di pasta e farlo intiepidire. Sgocciolare le pere dal liquido di cottura e tagliarle a spicchi. Riempire il guscio di sfoglia con la crema, aggiungere le pere e le noci trite. Spolverizzare il bordo con lo zucchero a velo. A parte servire la salsa ottenuta facendo addensare il vino di cottura delle pere.



Pollice rosa - a cura di Paola Bevicini*
La vera mimosa

E'arrivato Marzo e per la festa delle donne, il pensiero và alla Mimosa pudica: intanto perché si tratta della vera Mimosa (mentre le piante che così vengono erroneamente chiamate sono in realtà delle Acacie) e poi perché si tratta di una pianta veramente particolare e dal comportamento curioso. Proviene dal Brasile ma cresce spontanea in tutte le zone tropicali. È un arbusto semi-legnoso con rami dotati di piccole spine; i fiori non sono così copiosi come nelle “Mimose” usurpatrici, ma sono più grandi, arrivando a 1,5 cm di diametro, e di un grazioso rosa-lilla. Annuale nei paesi settentrionali, dove arriva al massimo a 50 cm di altezza, si può coltivare in vaso oppure in piena terra, ricordandosi però che non sopporta il freddo (13-16 °C).
Il nome viene dal greco mimos (“mimo”), perché ha la capacità di imitare i movimenti di difesa: se sfiorata, anche leggermente, piega rapidamente le foglie verso il basso e lo stimolo si propaga fino alla base del picciolo. Per questa particolarità viene abitualmente chiamata “sensitiva”.
* Il disegno è realizzato da Paola Bevicini in esclusiva per radiotreccia.



All’indietro sui tacchi a spillo: il lato femminile della storia

Il 7 marzo 1816, l’imperatore Francesco I d’Asburgo affida l’amministrazione dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, che aveva assunto precedentemente, in via provvisoria, alla sua figlia primogenita, l’arciduchessa Maria Luisa, ex moglie di Napoleone Bonaparte, che ella aveva provveduto a lasciare nel momento della sua caduta in disgrazia.
Maria Luisa si dimostrerà una sovrana saggia, colta, illuminata e progressista, sarà amata dal popolo e da altri due mariti e lascerà una traccia imperitura nei territori da lei governati.
Una volta tanto una donna a cui la storia ha riservato un percorso “in avanti e con calzature comode”.



La treccia nera: il misfatto del mese

Il 3 marzo 1752 inizia il processo contro Mary Blandy, detenuta nelle carceri di Oxford, in Inghilterra.
Mary appartiene alla buona borghesia, è istruita e ha a disposizione una dote matrimoniale di 10.00 sterline, cifra ragguardevole per l’epoca. Tra i pretendenti della giovane, si fa avanti un tale William Henry Cranstoun, figlio cadetto di una famiglia nobile scozzese. William, però, dopo essere rimasto ospite in casa Blandy per un anno, durante un ritorno in Scozia per far visita alla sua famiglia, sposa un’altra donna, una certa Ann Murray. Alla scoperta del tradimento, si scatenano le ire di Francis Blandy, padre di Mary, mentre questa rimane perdutamente innamorata del fedifrago, il quale trova buon gioco nel farle somministrare un filtro all’anziano genitore, per placarlo. Mary aggiunge la sostanza al tè e alla farina d’avena di suo padre, e Francis Blandy presto prende a dar segni di malessere ingravescente. Solo quando è ormai molto peggiorato, Mary si decide a chiamare il medico, il dr. Anthony Addington, che diagnostica un avvelenamento da arsenico. Presa dal panico, Mary getta nel fuoco acceso del camino le lettere che ha scambiato col capitano Cranstoun e i rimasugli della sostanza; ma la domestica, Susan Gunnel, riesce a recuperarla e a consegnarla a un chimico che conferma: si tratta di Arsenico!
Francis Blandy muore il 14 agosto 1751; Henry Cranstoun si rende irreperibile, per poi morire, in rovina, in Francia un anno dopo; Mary viene incriminata per parricidio.
Lei si proclama innocente, ma, al processo, le testimonianze le sono tutte contro: la servitù l’ha vista propinare la sostanza al proprio padre e tentare di distruggere le prove; il medico accorso al capezzale di Francis Blandy descrive tutti i sintomi dell’avvelenamento da arsenico che ha riscontrato; il chimico produce in aula l’esperimento di verifica sulla sostanza superstite: infila un ferro rovente negli avanzi di polvere messi in salvo dalla domestica e si diffonde l’inequivocabile odore agliaceo dell’arsenico. Dopo 13 ore di udienza, Mary Blady viene condannata a morte.
La sentenza viene eseguita per impiccagione il 6 aprile 1752. Prima di salire sul patibolo, Mary raccomanda ai suoi carnefici di non appenderla troppo in alto: per amore della decenza.



L'Almanacco è a cura di Elettra Carletti

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